L’inno alla vita di Maria Pia Pavani si diffonde leggero nell’aria, recato sulle ali della libertà. “Io… io volo”, annuncia, estasiata, in “Volo di farfalla” (Edizioni della Laguna, 1996), la sua prima raccolta di poesie.
Sbalordita, quasi incredula, essa stessa per prima, del prodigio della sua trasformazione: dallo stato perpetuo di crisalide a quello di una farfalla, ansiosa di staccarsi dal suo bozzolo di patimento. “Ali leggere di libertà/ che, sciolto ogni cappio,/ mi fan cittadina del mondo/ o insetto ebbro di profumo/nel calice di un fiore”, sottolinea ancora nella trasvolata di questo suo nuovo libro. Viste dall’alto, le strofe di “Canto muto”, germogliate e cresciute fra i chiodi di una straziante passione terrena, sembrano rose dai petali freschi e rigogliosi. Rime scelte per essere spedite, come se fossero inviti di battesimo (perché ogni nuovo giorno della Pavani equivale ad una specie di nuova rinascita), a familiari, parenti, amici e… nemici. Un modo di mettere a fuoco la figura di Maria Pia, madre e moglie esemplare. Una persona che nessuna malattia al mondo riuscirà mai a gettare al tappeto. Non esiste tipo di sclerosi, nota o sconosciuta, in grado d’imporre la più perfida e crudele delle sue dittature nei confronti di questa donna: troppo speciale per essere capita e troppo umana per non essere amata. Diversa, è vero, ma fornita di uno spirito tenace, combattivo e mai succube del corpo inerte. Tutto il contrario di quanto avviene con molti di noi, lanciati insensatamente in una folle corsa a perdifiato dietro idoli di cartapesta. Senza intuire che il cammino del nostro animo potrebbe arrestarsi del tutto, vittima della peggiore delle sclerosi: quella morale. Non avviene così per Pia. Lo testimonia il suo sguardo luminoso, una sorta di “laser” che penetra la profondità dei nostri cuori mettendone a nudo ogni segreto. Merito dei suoi occhi trasparenti, finestre naturali di un’anima integra, che odora di bucato e ama la vita.
Quello che l’autrice, condannata all’immobilità, vede e descrive dal suo bianco letto di ferro, supera ogni nostra naturale immaginazione. In “Canto muto” siamo spettatori di una successiva metamorfosi dell’indomita maestra cormonese. La farfalla diventa un’aquila reale, determinata, che scende improvvisa sulle rive del Tamigi. “Dov’è la misericordia di quel Dio/ che ti ordina il suicidio per seminare strage?/ Tu hai ucciso il mio amore per te/ e non raccoglierò pietosa/ i brandelli della tua carne/ che hanno inficiato, offeso/ l’ignaro fratello che ti ha sorriso,/ tu, tu hai ucciso il mio amore per te”. Parole di fuoco, ustioni di terzo grado marchiate in eterno sulla pelle di quei terroristi islamici, responsabili dell’attentato compiuto, nel luglio del 2005, nella metropolitana di Londra. A riprova che si può essere condannati alla più iniqua delle detenzioni (come dimostrano i ceppi che legano la nostra amica ad una innaturale e coercitiva rigidità), senza per questo doversi spogliare del diritto di esprimere liberamente le proprie idee.
I primi raggi di sole del nuovo giorno non asciugano soltanto le foglie d’alloro, inumidite dalla rugiada notturna, ma servono pure a togliere dalle strade del pianeta le chiazze di sangue sparse dall’odio di Caino. Ecco perché, assieme agli aromi, suoni e colori della poesia campestre, qui riversati, troviamo frequenti motivi di riflessione sui variegati aspetti della natura umana. Grazie alla forza interiore ed alla vena poetica di Maria Pia che, in questo sorprendente “Canto muto”, urla a tutti noi e in particolare agli animi più increduli e dubbiosi, che “volere è volare”. Né si stancherà mai di ripetere: “Ama il prossimo tuo…”. Ricorrente leit motiv in tutti gli scritti dell’inferma.
La quale, pur tiranneggiata con brutalità dalla sclerosi laterale amiotrofica, continua a rimanere una cristiana tutta d’un pezzo. Fedele al suo modello di vita, in linea con le regole di don Primo Mazzolari (1890-1959), parroco mantovano e prete scomodo, schieratosi sempre con gli umili (perciò anche con gli ammalati di Sla) e contro ogni forma di guerra. Nel libro scritto da questo impavido sacerdote “Tu non uccidere” (edizioni San Paolo) si legge: “Chi non rispetta ciò che dell’uomo si vede e si tocca, come rispetterà ciò che non si vede, anche se vale di più? Sta scritto: “Se uno dice di amare Dio che non vede, e poi non ama l’uomo che vede, egli è menzognero”. Altrettanto si dica di colui che dice di amare l’anima dell’uomo che non vede, e poi non ama il corpo che vede”.